Le teorie sociocognitive
Un concetto analogo è
rintracciabile nella psicologia cognitiva: i concetti di sé,
detti anche “schemi di sé” (Markus, 1977) che provengono dalle
esperienze passate influenzano in maniera determinante la nostra
percezione del presente e guiderebbero in maniera altrettanto
rigida le nostre scelte circa il futuro. Il circolo vizioso
trarrebbe nutrimento dalla tendenza a selezionare e a ricordare
le informazioni coerenti con un determinato schema più
rapidamente ed efficacemente di coloro per i quali il medesimo
schema non ha particolare rilevanza (ibidem) al fine di ridurre
le dissonanze cognitive. Questo meccanismo possiede
indubbiamente un alto contenuto adattivo, conduce ad una certa
stabilità percepita che si è vista essere assente in alcune
gravi patologie quali la schizofrenia, ma presenta come altro
lato della medaglia il rischio di uno sviluppo “a senso unico” e
atrofico della personalità. Ciò sarebbe in parte scongiurato dal
fatto ugualmente incontrovertibile che lungo l’arco della nostra
vita le persone modificano e trasformano i propri concetti di sé
man mano che prevedono e costruiscono un “sé futuro alternativo”
(Cantor, 1990).Questa dicotomia trova riscontro anche nelle
contrapposte concezioni di Seligman e Dawes. Il primo sostiene
che, ad esempio, adottare uno stile cognitivo pessimista su sé e
sul mondo insegni a vederlo a fosche tinte e in seguito diventi
un habitus mentale permanente. Il secondo autore crede che il
pieno benessere psicologico si raggiunga attraverso un lungo,
faticoso e tenace scontro con il mondo (sarebbe il conflitto
cognitivo a generare un sé alternativo) e ammonisce sulla
possibilità che anche l’ottimismo diventi illusione su se
stessi. Il cognitivismo, complessivamente, si è interessato al
problema della Qualità della Vita e più nello specifico della
felicità soprattutto “in negativo”, cioè concentrandosi sui
meccanismi cognitivi connessi all’inibizione della felicità: ad
esempio, l’inadeguatezza appresa (Seligman, 1975) , la
valutazione della controllabilità degli eventi (il "locus of
control"), e varie distorsioni cognitive sistematiche come
deduzioni arbitrarie, astrazioni selettive, eccessi di
generalizzazione, schemi dicotomici, anticipazione negativa
(profezie che si autoavverano), deficit nell’autoregolazione,
aspettative irrazionali e così via. Gli studi poi che affrontano
il modo di aumentare la felicità personale cosi come l'abbiamo
intesa, in soggetti adulti normali finora sono stati ancora
minori, concentrati sempre sul tentativo di aumentare i rinforzi
positivi e diminuire quelli negativi, aumentare le attività,
individuando quelle positive e aumentare le abilità sociali per
procurarsi questi rinforzi gratificanti, aumentare l'autoefficacia,
l'autostima, l'autocontrollo, migliorare l'attribuzione e il
pensare in positivo, ottimisticamente, sostituire i pensieri
disfunzionali automatici e le idee irrazionali. Vi è piuttosto
una gran mole di lavori in soggetti con malattie croniche e in
soggetti anziani, in particolare in soggetti terminali. Vi sono
vari lavori che descrivono dei "training prepensionamento" in
soggetti anziani, così come anche per i soggetti disabili
vengono fatti molti sforzi per aiutarli a migliorare la loro QdV.
Numerosi lavori affrontano la condizione femminile, ma gli
sforzi più ingenti sono forse dedicati alla scuola,
all'educazione, sia per quanto riguarda più in generale la
promozione della salute e della QdV, sia più specificamente la
soddisfazione della vita e quindi la futura felicità.
Le recenti ricerche di due genetisti nordamericani, David Lykken
e Auke Telleken dell’Università del Minnesota, condotte su 1380
gemelli mono- e di-zigoti, cui era assegnato il compito di
compilare una scala di autovalutazione sulla propria sensazione
soggettiva di benessere, suggeriscono che ogni individuo
possederebbe un proprio livello di felicità geneticamente
predeterminato, non influenzabile dagli eventi. Gli autori sono
giunti a queste conclusioni basandosi su di una correlazione
positiva del 44% tra le risposte fornite dai gemelli omozigoti,
a fronte di una concordanza dell’8% tra i risultati ottenuti con
i gemelli dizigoti. Le percentuali non sono sembrate
significativamente influenzate da fattori ambientali, come il
caso di fratelli separati alla nascita. Inoltre, la relazione
tra geni e felicità sarebbe piuttosto stabile nel tempo:
ripetendo questo studio a distanza di cinque e di dieci anni,
Lykken e Telleken hanno appurato che il livello di felicità dei
soggetti precedentemente esaminati manteneva una costanza
dell’80%, risultando minimamente influenzato da accadimenti
esterni come il matrimonio, la perdita di peso, l’acquisto di
una casa, ed altre modificazioni importanti nella condotta di
vita. Questo punto di vista sembra confermato da altri lavori,
tra cui quello dell’Agenzia Americana per la Salute pubblica e
la Nutrizione, che ha seguito per dieci anni seimila uomini e
donne di ogni età, e quello dello psicologo Edward Carol Diener
dell’Università di Urbana, Illinois. Secondo quest’ultimo, una
delusione amorosa o una promozione professionale influenzano lo
stato generale di benessere di un individuo solamente per un
periodo di circa tre mesi. Già nel breve arco di tempo di sei
mesi sarebbe possibile assistere ad un ritorno al livello medio
di felicità che è proprio di quel soggetto.
Non tutti questi punti trovano unanimità di consensi presso la
comunità scientifica. Secondo altri autori rimarrebbe comunque
possibile lavorare sul pieno sviluppo delle potenzialità di un
individuo quando questi è ancora in età giovanile. Fordyce, uno
tra gli studiosi che più si è occupato di elaborare dei
programmi atti ad aumentare la felicità personale (Fordyce,
1977; 1983; 1988), è dell'opinione che nell'uomo normale molti
elementi di felicità siano determinati "accidentalmente", senza
alcuna consapevolezza e senza un piano per aumentare la propria
felicità. Ma partendo dall'ipotesi che la felicità possa essere
aumentata mediante un training razionale e sistematico ha
realizzato diversi programmi per studenti di varie età
elaborando i dati statisticamente e raggiungendo anche un
ragionevole follow up positivo (anche se Fordyce stesso rilevava
ad esempio l'impossibilità di misurare la felicità se non con
metodi soggettivi, come le autovalutazioni (self-report), ed
inoltre notava le possibilità di errore legate al metodo di
somministrazione delle istruzioni a causa di una difficoltà di
standardizzazione, oppure dovute agli effetti suggestivi sia
dell'operatore che dell'aspettativa del soggetto). Fordyce
elabora un programma che subisce alcune modificazioni nel corso
dei vari studi, ma che può essere cosi riassunto:
1) un'educazione alla felicità mediante letture e istruzioni,
che pongono il problema e permettono un'analisi del proprio
stato di felicità di ciò che manca e di ciò che si potrebbe
realizzare;
2) il programma di base di 14 caratteristiche altamente tipiche
di soggetti felici che l'individuo medio può emulare. I 14
principi base della felicità sono:
1) tenersi occupati e più attivi
2) spendere più tempo nella socializzazione
3) essere produttivi in un lavoro significativo
4) essere meglio organizzati e pianificare le cose
5) bloccare le preoccupazioni
6) abbassare le aspettative e le aspirazioni
7) sviluppare un pensiero ottimistico e positivo
8) essere orientati sul presente
9) lavorare su una personalità sana
10) sviluppare una personalità estroversa e socievole
11) essere se stessi
12) eliminare problemi e sentimenti negativi
13) le relazioni intime sono il numero uno delle sorgenti di
felicità
14) mettere la felicità come la priorità più importante.
Anche D'Urso e Trentin (1992) riportano una serie di attività e
atteggiamenti che si accompagnano o favoriscono uno stato di
benessere. Tali attività o atteggiamenti sono:
1) non attribuire interamente a noi stessi la responsabilità
degli eventi spiacevoli che ci capitano
2) stare in compagnia di persone felici
3) fare esercizio fisico
4) non confrontare la nostra condizione (salute, bellezza,
ricchezza ecc.) con quella degli altri
5) individuare quello che ci piace nel nostro lavoro e
valorizzarlo
6) curare il corpo e l'abbigliamento
7) riconoscere i legami tra cattivo umore e cattivo stato di
salute: spesso è il malessere fisico, più che altri fattori
oggettivi, a determinare un cattivo umore
8) dimensionare le nostre aspettative alle capacità e alle
opportunità medie della situazione
9) aiutare le persone a cui piace essere aiutate
10) non fare progetti a lunga scadenza
11) frequentare le persone che ci hanno fatto dei piaceri e alle
quali abbiamo fatto dei piaceri
12) non trarre conclusioni generali dagli insuccessi
13) fare una lista delle attività che personalmente ci fanno
stare di buon umore e praticarle
Il già citato Dawes rivolge una dura critica ai costruttori di
felicità e all’individualismo egoistico e adolescenziale
implicito in questo incoraggiamento acritico ad una vita felice
e consiglia di tenersi alla larga dalle facili ricette (Legrenzi,
1998).Quello che non è chiaro è se le persone debbano tentare di
cambiare il loro pattern cognitivo in prima istanza per
migliorare il loro comportamento, o se i cambiamenti
comportamentali vadano fatti in modo che ne seguano i
miglioramenti cognitivi. Inoltre, come già affermato a proposito
dell’atteggiamento della medicina tradizionale, mi sembra
opportuno sottolineare anche riguardo agli sforzi compiuti dal
cognitivismo che non basta impedire l’infelicità per essere
felici. La questione è che ci troviamo di fronte ad
un’asimmetria: se ad un estremo di una scala collochiamo
idealmente gli eventi che ci hanno reso maggiormente infelici,
scopriamo che all’altro estremo non c’è la felicità, ma
l’assenza di infelicità (ibidem).Questo è indirettamente
dimostrato dalle numerose ricerche nelle quali si chiedeva alle
persone se si sentissero felici oppure no. A prescindere dal
fatto che non sappiamo che se dietro la stessa parola ci sia per
tutti lo stesso concetto e se viene usato lo stesso metro di
misura, se si chiede a molte persone "Ti sembra che le cose
vadano per il verso giusto?", oppure “Sei stanco, annoiato,
infelice?”, l’analisi statistica ci mostra che le risposte
risultano incongruenti. D’altra parte se si considerano le
intensità delle emozioni di malessere e di benessere , si scopre
che queste sono correlate, e cioè che chi dice di provare
intense felicità dice anche di provare intense infelicità (Legrenzi,
1998). Può darsi, come proporrò nel seguente capitolo, che oltre
a differenze di concetti e di metri di misura tra membri di uno
stesso ambiente sociale, esistano concezioni “altre” di
benessere e salute psicologica in culture lontane da quella
occidentale odierna, in grado di fare luce su questi problemi
tuttora aperti.