Le radici della mentalità occidentale
In Occidente l’inizio della storia della riflessione
filosofica si fa spesso coincidere con la nascita del pensiero
greco, una storia tutt’altro che lineare, resa tale da varie
contaminazioni ed apporti. Sembra avere avuto luogo nelle città
portuali dell’Egeo, in un’epoca in cui i precedenti dominatori
di questi porti commerciali e navali, vale a dire i Fenici,
probabilmente i responsabili della diffusione dell’alfabeto in
Grecia, erano ormai in declino. La filosofia di Platone e
Aristotele nasce in seguito all’incontro di questo pensiero con
quello della Grecia peninsulare, che a sua volta, così come la
maggior parte degli altri paesi europei, era stata da tempo
colonizzata dal movimento migratorio e culturale dei popoli
indoeuropei. Già al tempo delle conquiste di Alessandro Magno
(326-323 a.C.) troviamo quelle che forse sono le prime
testimonianze scritte sugli usi e costumi degli indiani
dell’India, da cui tra l’atro risulta che il condottiero
macedone era rimasto molto colpito dall’ascetismo indù. Poco più
tardi il re indiano Asoka (III sec. a.C.) invierà dei monaci
missionari presso i greci stabilitisi nelle regioni confinanti
con l'India nord-occidentale, dando vita ad una tradizione di
contatti reciproci e di conseguenti reciproche influenze.
Qualche autore, per disambiguare termini come “occidentale” ed
“orientale” che a questo punto appaiono più come poli posti
lungo un continuum che come significanti di una rigida
demarcazione, preferisce ricorrere ad un riferimento cronologico
e fare coincidere cultura occidentale con modernità e scegliere
simbolicamente una data – il 1492 – per indicare la nascita
dell’epoca moderna della cultura occidentale (Callari Galli,
1996).L’ideale rinascimentale di una pluralità di capacità, di
abilità, di interessi concentrati nello stesso individuo è
sintomatico di una mentalità per così dire “olistica”, in cui la
separazione, il distacco dei saperi, delle conoscenze e dei
poteri non è ancora pienamente avvenuto; una mentalità perciò
forse più simile a quella di molte culture orientali
tradizionali che a quella centrata sulla specializzazione delle
competenze tipica delle odierne società tardo-industriali.
Secondo la Callari Galli il modello della separazione,
dell’isolamento delle singole capacità e la loro attribuzione
differenziata, rende lo schema che privilegia l’unilinearità,
l’esclusione delle eccezioni, delle contraddizioni, molto
produttivo da un certo punto di vista: dà valore ad
approfondimenti e specificità in campo scientifico e
sperimentale e concede sicurezze mai raggiunte prima nel campo
delle applicazioni tecnologiche; d’altra parte il predominio del
prestabilito, del precostituito, dei percorsi sperimentati come
produttivi e noti su quelli ignoti che scaturiscono da scelte
individuali allontanerebbero la persona dalla possibilità di
compiere l’esperienza di una fuoriuscita da se stessa che la
renda in grado di assimilare esperienze totali quali la gioia,
il dolore, la passione. La nostra società contemporanea avrebbe
esorcizzato l’idea che questa fuoriuscita, questa “ekstasis”
possa essere patrimonio comune, attribuendola unicamente al
coinvolgimento mistico o all’assunzione di sostanze
stupefacenti. Questo giudizio mi sembra un po’ troppo
perentorio, perché tende ad identificare quella che è la
traduzione dell’ideologia dominante di una società in termini di
istituzioni con la società nel suo complesso, fatta anche di
tante sottoculture o controculture, ma sostanzialmente giusto.
Inoltre può non essere superfluo ricordare come nella Grecia
pre-euripidea l'accettazione ebbra della vita, l'esaltazione
delle pulsioni energetiche e vitali, della salute, della
giovinezza e della passione sensuale, cioè quanto è stato
definito spirito dionisiaco, convivesse, seppure in delicato
equilibrio, con la ricerca di spiegazioni e la costruzione di
elaborate teorie, di sistemi con cui esprimere il senso ultimo
delle cose secondo misura e proporzione, ovvero con lo spirito
apollineo, razionalistico, armonico e formale. Con il
progressivo approfondirsi della scissione fra pensiero e sfera
emozionale si sarebbe passati secondo alcuni autori, tra cui
Erich Fromm (1957), da una concezione in cui veniva considerato
come fine della vita la perfezione dell’uomo, tipica oltre che
della tradizione greca anche di quella giudaico-cristiana, a
quella dell’età moderna, indirizzata alla perfezione di quella
particolare classe di prodotti culturali che sono i beni di
consumo, e alla conoscenza di come produrli (il know-how
contrapposto al monito socratico γνω̃θι σὲ αυ̉τόν). Avendo
toccato l’argomento Cristianesimo, e sempre al fine di
sottolineare la complessità presente già alle origini della
cultura Occidentale, accennerò solamente al fatto che al suo
interno abbiano a lungo dimorato due correnti, una ufficiale ed
una esoterica, lo gnosticismo, in maniera analoga a quanto
avvenuto per tutte le grandi religioni mondiali, penso al
sufismo cresciuto in seno all’Islam o alla Cabala del misticismo
ebraico medioevale. Inoltre il Cristianesimo si è dovuto spesso
confrontare con la dimensione pagana o eretica, a seconda di
come si è voluto considerare certe espressioni di credenze
magiche popolari, e con le vere e proprie grandi eresie da cui
sono scaturiti gli scismi.